Michael non è morto.
Lo stavamo solo aspettando.
Mi ricordo esattamente dove ero la prima volta che ho visto Thriller in TV. Era un giorno qualunque degli anni 80, nei quali non c’era niente da fare, ma tutto sembrava possibile. Il video durava quasi un quarto d’ora e io non mi mossi dal divano. Non perché fossi ipnotizzato dalla musica (lo ero anche per quella) ma perché stavo guardando qualcuno che sembrava venuto da un altro pianeta.
Michael Jackson non era un artista. Era un fenomeno naturale.
Il film che nessuno avrebbe osato fare prima
Quando è uscito Michael, il biopic diretto da Antoine Fuqua con Jaafar Jackson nei panni dello zio, la domanda che tutti si facevano non era “sarà un bel film?”.
Era: è ancora permesso celebrarlo?
Perché negli ultimi anni attorno al nome di Michael Jackson si era costruita una zona grigia fatta di accuse, documentari, silenzi imbarazzati e playlist rimosse dalle radio. Un limbo strano, in cui uno degli artisti più influenti del Novecento era stato trasformato in una questione scomoda da non toccare.
Il film ha deciso di toccarlo. E questo, già di per sé, è un atto quasi politico.
Leaving Neverland e la macchina della demolizione
Nel 2019, Leaving Neverland ha fatto esattamente quello che si proponeva di fare: distruggere un mito. Il documentario di Dan Reed ha messo in scena le testimonianze di Wade Robson e James Safechuck con una costruzione narrativa potente, emotiva, pensata per essere creduta prima ancora di essere analizzata.
E ha funzionato. Almeno nell’immediato.
Radio e piattaforme streaming hanno rimosso brani. I tributi sono stati cancellati.
La cancel culture aveva trovato il suo trofeo definitivo: l’uomo più famoso del mondo, accusato post mortem, incapace di difendersi.
Il problema è che la storia legale racconta qualcosa di molto diverso.
Quello che i titoli non dicono
Jackson fu processato nel 2005, in vita, con accuse concrete, davanti a una giuria.
Fu assolto su tutti i 14 capi d’imputazione. Robson stesso testimoniò in sua difesa durante quel processo. Safechuck non aveva mai sporto denuncia prima della morte di Jackson nel 2009.
Le cause civili intentate dopo Leaving Neverland sono state archiviate o respinte.
Un giudice californiano ha stabilito che le accuse erano prescritte. Un altro ha sollevato dubbi sulla credibilità delle testimonianze. Gli avvocati dell’eredità Jackson hanno smontato sistematicamente incongruenze nelle storie raccontate nel documentario, date sbagliate, luoghi che non corrispondevano, eventi fisicamente impossibili.
Niente di tutto questo ha fatto il giro del mondo come il documentario.
Perché le smentite fanno meno rumore delle accuse. Sempre.
La rivalutazione silenziosa
Eppure qualcosa sta cambiando. Lentamente, senza proclami.
I numeri di streaming di Jackson sono tornati a crescere. Le nuove generazioni, quelle che Leaving Neverland avrebbe dovuto convincere definitivamente, continuano ad ascoltare Billie Jean, Man in the Mirror, Black or White come se niente fosse. Non per provocazione. Semplicemente perché quella musica funziona ancora, e funzionerà tra vent’anni.
Il biopic arriva in questo momento preciso: non come riabilitazione ufficiale, ma come segnale che il pendolo sta tornando. Che la cultura pop, quella vera, quella che sopravvive ai cicli di indignazione, ha una memoria più lunga di un documentario su HBO.
Jaafar Jackson, nipote di Michael, indossa quei panni con una somiglianza che fa quasi paura. Non è imitazione. È qualcosa di più viscerale. E il film, che non evita le zone d’ombra, ma le contestualizza in una vita intera, restituisce la complessità di un essere umano che era stato ridotto, in entrambe le direzioni, a una caricatura.
Il mito sopravvive alla narrazione
C’è una cosa che i detrattori di Jackson non hanno mai capito davvero.
I miti non si distruggono con un documentario. Si distruggono con l’oblio. E Michael Jackson non è mai stato dimenticato, nemmeno nei momenti peggiori, nemmeno quando era imbarazzante ammetterlo.
Anzi: c’è qualcosa di quasi ironico nel fatto che Leaving Neverland abbia riportato il suo nome ovunque. Lo ha rimesso al centro della conversazione culturale. Ha costretto milioni di persone a riconsiderare cosa pensano di lui, della giustizia, della memoria, del modo in cui consumiamo le storie degli altri.
E ora c’è un film. Con il suo nome nel titolo. In sala, nel 2025.
I miti veri fanno così: aspettano.
E tu, da che parte stavi nel 2019? E oggi?

